Sebastiano Giordano
Per un’esegesi della toccante arte di Yona Tukuser
Tra entropica passione e arenata apatia – quando la rabbiosa indignazione non si è ancora cicatrizzata in toccante disperazione – si può scegliere la volontà di credere e d’esser cullati dalla bellezza fideistica. E se davvero nessun uomo è un’isola, si dovrà pur ammettere che pochissime persone sanno anticipare l’arcobaleno di gravità della pace universale.
Bellezza e pace sono precisamente le direttrici della talentuosa creatività artistica di Yona Tukuser abile nel saper cucire coi pastosi colori pittorici i tralucenti barlumi delle indicibili visioni mentali dell’invisibile e così meditare sulle prosciugate trasparenze dell’irrappresentabile. A Yona stanno a cuore le distanze paradisiache delle luci inverantesi nei contrasti delle drastiche disumanizzazioni che – impulsivi e riecheggianti – annichiliscono ponderatezze filosofiche e radiosità teologiche. Ella, nel suo originale fare artistico – attento alle soluzioni espressionistiche e fauves dopo la lezione affluitale dal saturnino Goya privato alla Quinta del Sordo – animato da collimante sensibilità percettiva, divora il bieco e funesto orridume delle insensate e inintelligibili ingiustizie perpetrate dalle spasmodiche follie umane affollantisi nell’infame crudezza della Storia dimentica dell’etica e dei sensi di colpa, Storia troppo spesso pubblicamente sottaciuta o evocata in metaforiche messinscene di consenso privo di rincrescimento.
La voce pittorica di Yona implica un intimo universo poetico strutturato sull’adesione – senza tentennamenti e senza capricciose fascinazioni – a risemantizzare gli equilibri sociali, sperimentando le nature espressive più consone alla pacifica coesistenza sociale terrestre, così meditando sulle virtuose capacità di un’economia dell’anima umana radicalizzata sul benessere comune quale emanazione della giustizia assoluta fondata su leggi sensate ed eque.
Yona Tukuser, originaria d’un villaggio rurale balcanico che tra Sette e Ottocento ha popolato la Bessarabia meridionale, si è formata accademicamente in Ucraina conscia degli incroci di eredità culturali di cui è intrisa la sua terra attraversata – nei millenni – da Celti, Sciti, Traci, Greci, Romani, Daci, Slavi, Proto-Bulgari, Cazari, Moldavi. La città di Izmail, porto fluviale di confine sul Danubio, le ha insegnato l’etimo arabo di questo luogo urbano che vale “Dio ha udito e ode”, cosicché lei stessa ha intrapreso la mirabile missione di testimoniare l’urlo di feroce e vergognoso dolore dell’umanità sofferente devitalizzata da corrosive carestie, mostruose guerre e calamitosa spettrale fame.
Yona ha indirizzato la bussola della sua speranzosa coscienza d’artista verso una non facile né comoda rotta di creatività dando espressione – coi suoi pennelli usati come armi di giustizia sociale – ad un’immaginazione senz’ombre abitata da figurazioni dalle trame carnali dolenti e inesauste di fronte al crudele e immondo spegnimento d’ogni fiamma d’energia vitale. Travalicando il confine della solenne e beata indifferenza, l’artista si è voluta affratellare a quell’umanità – inesorabilmente senza voce e senza volto – affamata e derelitta vittima della delirante Storia che non ne rivendica l’emancipazione o il riscatto dalla cadaverica fame né tantomeno ne mitiga la ripugnante e iniqua svalorizzazione negli azzardati e inaggirabili scambi sociali.
Da ogni tela dipinta da Yona promana una natura dolente e frustrata coincidente con la rabbrividente deumanizzazione operata dallo spegnimento d’ogni afflato d’amore, conseguenza dell’erezione della bellicosità umana a cardine dell’operare solidale ai fini d’una supremazia ideologica e territoriale riflesso seducente dell’imbestialimento di civiltà complicato dalla devastazione del controllo dei sensi. La pittrice registra le depressioni sismografiche dei valori culturali abbrutiti e resi insensibili fin quasi all’ultimo incantamento d’amore. Gli insopportabili sacrifici vengono a dissolvere l’accelerazione d’intelligenza umana sorreggente le interconnessioni strutturali d’ogni coscienza sociale suscitatrice di commozioni o compassioni o altruismo verso gli svantaggiati e agonizzanti che mai hanno visto o vedranno un mondo migliore (suggerisco, a proposito, le riflessioni di uno storico specialista degli “ultimi” qual è stato Bronisław Geremek).
È la testimonianza d’una resistenza d’artista agli assecondamenti ai vili orrori d’ogni inverno dell’animo umano – sordo alle rimembranze del passato e agli sprofondamenti del presente –, additando i doppiogiochismi mortificanti la superiorità delle incandescenti virtù delle quali dovrebbe vantarsi la costellazione Uomo.
Gli emaciati affamati ritratti dalla Tukeser impongono un impatto emotivo e scaraventano sul pubblico degli osservatori imperativi e stimoli visivi bollenti e provocatori, lasciandoli a volte smarriti o tarlati.
Disertrice sia dell’estinzione della fede sia dei frenetici annichilamenti causati dal non-ritorno imposto dall’ossessiva gravità della fermentante Morte contrassegnata dalla fatalistica voce, l’aggraziata Yona sa ravvivarsi nella pienezza d’ogni vuoto attonito ed esorbitante dell’umanità e nell’onestà degli spazi d’illuminata fede impermeabili alle orrifiche trasgressioni o alle ubriache ambiguità o alle oscene apocalittiche paranoie. Il fulgore del lavoro della Tukeser – proiettato e riverberato nell’avvaloramento della soglia dei suoi stessi progetti nei quali sempre il lucido Io privato dell’artista dialoga implacabilmente con la ricettività dell’occhio del pubblico – risulta propedeutico ad un affinamento spirituale e ad una redenzione della nostra quotidianità finalmente scansionata sull’esaltazione della sua precipua e finissima sacralità che sa estinguere le sovrapposte scorie profane o le incaute sfaldate impurità. Ogni magnum opus nel vasto campo dell’Arte di Yona Tukeser testimonia l’oculatezza di un profondo e pur problematico significato storico dell’immagine degli sventurati della Terra.
Vessazioni e crimini e dilanianti sfaceli bellici perpetrati durante la guerra dei Trent’anni furono drammaticamente denunciati dalla serie d’incisioni seicentesche di Jacques Callot accompagnate dai versi di Michel de Marolles abate di Villeloin.
Tra le pagine più degradate della straziante cronaca storica, quelle riguardanti l’insostenibile afflizione causata dalla terribile biblica carestia irlandese degli anni Quaranta dell’Ottocento evidenziarono la terribile prostrazione di milioni di poveri falcidiati dalla squallida inedia, malgrado rivolte, assalti, sfondamenti, saccheggi e razzie per qualche patata o farina d’avena, mentre paradossalmente gli scaltri speculatori – privi d’ogni vocazione sociale – s’arricchivano esponenzialmente con gli aumenti dei prezzi: ne sono innovativa testimonianza gli scandalosi dipinti di George Frederic Watts, The Irish Famine del 1848-1850 e di Walter Howell Deverell, The Irish Vagrants del 1853-1854. Testimone attendibile e attento dell’“eroica” miseria cittadina degli emarginati del XIX secolo fu Jean Jules Henri Geoffroy con gli accattoni protagonisti del suo quadro Les affamés del 1886, quasi un’illustrazione di pagina da un romanzo di Charles Dickens o Victor Hugo. Sorvolo su suuret nälkävuodet “gli anni della grande fame” dovuta alla carestia in Finlandia nel 1866-1868, ingenuamente sopportata dalle collettività contadine come fatalistico segno della volontà divina e che non lasciò indifferente perfino l’accademico pittore di corte Robert Wilhelm Ekman.
Già nel lontano 1986 mi aveva impressionato il grande dipinto ad olio intitolato El Hambre (La Fame), appena realizzato dall’artista espressionistico nativo di Quito Oswaldo Guayasamín, che pretendeva di scuotere gli animi degli spettatori contro le avversità, le sottrazioni e le ingiustizie sociali latinoamericane. Poi nella domenica dell’11 maggio 2014 ebbi modo di prendere visione a Milano di quattro opere d’arte espressamente realizzate – dagli artisti di strada Tomoko Nagao, Bros, Pao e Felipe Cardena – per sensibilizzare il pubblico dell’evento “Hungry for Art” all’annoso problema della fame nel mondo e alla consapevolezza di un consumo equilibrato e responsabile del cibo disponibile nel crasso e stridente benessere dell’Occidente. Inoltre, conosco il piccolo disegno minimalista su carta stilizzato nel 2024 da Marco Lodola intitolato Fame invisibile dove la protagonista senza volto vive nell’assaporare il vuoto silenzio del “piatto piange”, invitando così a riflettere sul valore cristiano della carità e sul pericolo che diventi desueto anacronismo e non aspettativa di incipiente primavera.
Se avesse potuto conoscere Yona Tukuser e la potente forza delle sue immagini artistiche, probabilmente lo scrittore ebreo-ateo Paul Auster – postmodernista impegnato nel sociale – avrebbe anche rievocato il loro incontro nel suo libro The Art of Hunger del 1982. Di certo Oscar Wilde dava molta importanza all’alimentazione, tanto da affermare «I hate people who are not serious about meals. It is so shallow of them» (The Importance of Being Earnest), e lo stesso avrebbe sostenuto l’acuto e raffinato studioso di filosofia Tullio Gregory, memore di quanto scritto nel 1850 dal filosofo e teologo Ludwig Feuerbach: «der Mensch ist, war er isst» (l’uomo è ciò che mangia) – cioè a dire che nel cibo si nasconde amorevolmente la chiave di lettura per la giusta comprensione dell’inestirpabile anima umana –, ma memore ancor più di quanto evidenziato già nel dicembre 1825 dall’aforisma di Jean Anthelme Brillat-Savarin: «Dis-moi ce que tu manges, je te dirai que tu es» (Physiologie du goût, ou méditations de gastronomie transcendante, 1826).
Devo confessare che neanche a Padova nel 2015 rimasi insensibile assistendo alla performance provocatoria del vicentino Marco Chiurato intitolata “Time to Time” ed ambientata nel tunnel dell’ex Fornace già fondata da Giulio Carotta in via Siracusa a sud della chiesa della Sacra Famiglia, ormai riutilizzato a scopi sociali per esposizioni e sperimentazioni d’arte quale Fusion Art Center: qui l’artista consumò il suo lauto pasto a lume di candela avendo davanti a sé una tragica moltitudine di sculture in terracotta scura a grandezza naturale raffiguranti bimbi denutriti e ischeletriti o spasmodici o morenti, direi – richiamando un verso del poeta agonico Hugo Margenat – vittime delle «spine di fame cosmica».
Né posso dimenticare l’iniziativa di Sabine Delafon e dei suoi multipli d’artista fotografici per il progetto “Fame” – avviato nel 2014 – in cui, partendo dai cartelli di strada degli indigenti homeless invocanti “Ho fame” per ottenere l’elemosina, li ripropone stampati in bianco e nero su manifesti, poster, t-shirt, ceramiche, tutti venduti a scopo benefico per organizzazioni no-profit – quindi senza scopo di lucro – quali Banco Alimentare e Equoevento.
Renderei volentieri edotta la Delafon sulla cultura dell’Antico Egitto nella quale la scrittura realizzata coi geroglifici era ritenuta lingua sacra tanto che i geroglifici stessi venivano definiti “le parole di Dio” (medou neter): ma il vocabolo medou (parola) significava pure “bastone” espressamente perché i geroglifici in quanto bastoni sostengono l’uomo lungo la via della conoscenza con il cuore.
L’astinenza al cibo o il digiuno – in quanto privazioni controritmiche della padronanza fisiologico-viscerale – toccano l’organismo sociale più nel campo religioso che in quello estetico dacché la cultura moderna acquisita ha separato razionalmente l’uno dall’altro per la massa umana che non deve essere perturbata da ostacoli alla produttività speculativa capitalistica di per sé continuativa e automatizzata.
Studiando squilibri e sottrazioni nel corpo sociale, il sociologo brasiliano d’origine libanese Emir Simão Sader è giunto alla conclusione che «Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne possa mangiare, mentre la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero quella scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo. Quando a farlo sono gli umani, li mettiamo sulla copertina di Forbes».
Se davvero l’innocente nostalgia fa interferire il passato sul presente, allora «Di che cosa abbiamo nostalgia alla vista della Bellezza?» s’interrogava Friedrich Nietzsche.
Concludo rinfoderando il mio lento dardo di fragile felicità che la mia lettura critica dell’opera artistica di Yona Tukeser ha messo in vibrazione, e lascio a Voi lettori questa massima indiana: “Nella felicità, nessuno ricorda; nell’infelicità, tutti ricordano. Se, nella felicità, si ricordasse, che bisogno ci sarebbe dell’infelicità?”.