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Dialogo con lo storico dell’arte Claudio Strinati, curatore della mostra “Pentimento e Speranza”, allestita presso la chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma.

 

Eugenio Murrali: “Partiamo dal dialogo che c’è tra la chiesa di Sant’Ignazio e quest’artista contemporanea, che affronta un tema estremamente duro e lo fa senza infingimenti”.

 

Claudio Strinati: “Questa mostra è stata pensata dall’artista Yona insieme con me, in parte, ma soprattutto con il Padre Vincenzo D’Adamo, che è il Rettore di Sant’Ignazio, dato che lui ha sempre avuto questa grande idea di apertura verso la tematica del pentimento e della speranza, della risposta cristiana alla sofferenza. 

Naturalmente ha individuato in questa artista bulgaro-ucraina un’interprete di questo pensiero e di questa tensione morale e religiosa. Quindi la collocazione in Sant’Ignazio, ha un significato molto profondo, in rapporto con lo spirito dell’evangelizzazione che ha avuto in Sant’Ignazio, per secoli e secoli, uno dei suoi grandi culmini. Perché non dimentichiamo che, se noi entriamo a Sant’Ignazio ed alziamo lo sguardo verso il grandioso affresco della navata, quell’affresco ci parla proprio dello spirito missionario dell’evangelizzazione, che parte da lì, sulla base della dottrina di Ignazio, e va in tutto il mondo.

Quindi collocare in questo spazio una mostra che è scaturita dalle sofferenze — il  riferimento principale è all’Ucraina, ma non tanto e non solo alle vicende del nostro tempo, ma alle vicende di ottant’anni fa, quando c’è stata questa terribile carestia.

Yona ha composto questo grandioso ciclo di dipinti «FAME» a partire dall’evocazione di questa tragedia, che poi lei vede attraverso gli occhi di un testimone pentito, Pietro il geometra. 

L’abbiamo definita una specie di confessione visiva, una nuova formula del cammino della speranza, riferito a quei fatti tragici, ma vista alla luce del Vangelo. 

Il rapporto tra la mostra, per come è stata pensata, concepita e formulata da questa artista peraltro, a parer mio, molto notevole, molto dotata di questo senso della tragedia, tradotta però nella catarsi dell’opera d’arte. La collocazione in Sant’Ignazio, secondo me, ha una pregnanza notevole.”

 

Eugenio Murrali: “La dimensione materica, anche di queste opere che appunto rappresentano Holodomor, quindi questa carestia per fame, è importantissima in tutta l’opera direi.”

Claudio Strinati: “È così, perché in realtà l’esaltazione della dimensione materica, che c’è ed è effettivamente una peculiarità di questa, veramente ragguardevole artista, è proprio la metafora, potrei dire il simbolo — della spiritualità dell’arte. 

Cioè, la potenza della materia con cui le opere sono composte è il veicolo verso proprio la dimensione della spiritualità, che poi corrisponde al senso profondo delle nostre vite. 

Noi siamo fatti di sostanza spirituale, ma possiamo manifestarla soltanto attraverso la materia e la sofferenza della materia. 

Quindi è vero che c’è questa dimensione nell’artista, ma è una dimensione proprio di suprema spiritualità e, paradossalmente, il fatto che lei esalti la materia e i tormenti spaventosi della materia che porta la rappresentazione addirittura a immagini che definire conturbanti è ancora poco.

Sono rappresentazioni che vanno proprio al cuore di un antropologia disperante, cioè cui l’essere umano è costretto a tirare fuori da se stesso l’orrore vero e proprio.

Questo orrore, in realtà, l’arte tende a riscattarlo con una rappresentazione che  appunto spicca verso il riscatto, in cui la spiritualità é un’operazione molto complessa dal punto di vista etico ed estetico, però portata, da questa autrice, che ha una vigoria fisica e spirituale ragguardevole.

Tanto è che infatti poi si riscontra in questi grandi quadri, da cui ispira disperazione e, nello stesso tempo, speranza”.

 

Eugenio Murrali: “Qual è, secondo Lei, il tratto, il segno pittorico e artistico che definisce di più questa speranza?”

Claudio Strinati: “Nello stile e nel trattamento della materia pittorica. Perché lei, da un lato, è una realista fortissima, quasi atroce, nel senso che le sue rappresentazioni sono un po’ come ispirate al grande espressionismo storico di cento anni fa, primo Novecento, gli anni Venti.

Quindi c’è in lei uno spirito di cruda rappresentazione della realtà, che la porta ad usare una materia pittorica che è fortemente espressionista, proprio nel senso storico.

Se non che, questa materia pittorica è talmente carica di impeto e di passione che praticamente quasi va a confinare con l’astrazione; per cui i quadri della nostra artista sono proprio su quel confine, quasi impercettibile, che separa il realismo più forte dall’astrazione più lirica.

E allora lì Io vedo il suo passaggio verso la dimensione della spiritualità. L’arte astratta è stata creata proprio in questa ottica, cioè per esaltare la dimensione spirituale dell’arte. Uno dei primi astrattisti, Vasiliij Kandinsky, ha scritto addirittura un libro su questo argomento, “Lo Spirituale nell’Arte”, sostenendo la tesi che la spiritualità viene veicolata soprattutto attraverso l’astrazione, perché, non rappresentando nulla di concreto, ma soltanto l’impulso spirituale, ci porta verso una più alta dimensione della arte dell’estetica.

In un certo senso, il percorso di Yona, a distanza di tanto tempo da quei fenomeni, è analogo, cioè lei spinge la materia pittorica quasi verso l’astrazione, l’informale, e così facendo spinge l’osservatore verso, appunto, un senso di speranza, cioè il passare dalla crudezza del vivere alla sublimità dello spirito che va oltre.”

Fonte: Vatican News

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